Da via Roma a Parigi, come Modigliani divenne il più grande artista del Novecento

Nel giorno del suo 135esimo compleanno, LivornoToday ricorda Dedo, pittore e scultore livornese che con il suo talento stregò la Francia e il mondo intero

Amedeo Modigliani (foto Wikipedia, pubblico dominio)

C'era una volta un ebreo livornese dagli occhi neri come la pece, sguardo sveglio e folti capelli corvini. Il suo nome riecheggiava per i boulevards parigini, la sua voce riscaldava i cafés di Montparnasse, i suoi modi eleganti stregavano le più belle donne dell'epoca. Il suo nome era Amedeo Modigliani e la sua arte è rimasta immortale, fino ai nostri giorni.

In via Roma la nascita di Dedo

Amedeo Modigliani nacque 135 anni fa, al civico 38 di via Roma, e chissà in quanti avrebbero scommesso quel 12 luglio 1884 che sarebbe diventato uno dei più grandi artisti del Novecento, sicuramente il più geniale, testardo e bistrattato, sia da vivo che dopo la prematura morte a 36 anni neanche compiuti. Su Amedeo è stato detto e scritto tanto. Ma per una volta non vogliamo parlare di maledizioni, ubriacature, opere false e teste gettate nei fossi di Livorno. Amedeo merita ben altro, soprattutto nella sua città natale. E allora lo chiameremo anche noi Dedo, come lo chiamava affettuosamente la madre Eugenie Garsin e come lui amava firmarsi nelle lettere e nelle cartoline che inviava ad amici e parenti, uniche fonti biografiche autografe arrivate fino a noi.

Amedeo_Modigliani_Photo-2Colli allungati e nudi sontuosi: quelle opere che lo resero eterno 

Dedo era speciale. Lo sapeva la madre, ma lo scoprirono ben presto anche gli amici parigini. Era un genio e come tutti i geni era testardo. Era un sognatore e come tutti i sognatori era disposto a tutto per realizzare i suoi desideri. Sin da piccolo il suo unico scopo nella vita era quello di diventare pittore, anzi, forse solo scultore, ma la malattia e la sfortuna lo strapparono alla vita troppo presto, lasciando ai posteri tante false e vergognose leggende ma anche opere di inestimabile valore: ritratti - inizialmente ispirati a stili più "espressionisti" e "fauves" e poi sempre più personali con i celebri colli allungati, gli occhi senza pupille e i tratti esotici – e nudi sontuosi ed eleganti che all'epoca fecero persino gridare allo scandalo e alla censura. E poi teste scolpite nella pietra ispirate all'arte africana, che Dedo disponeva con minuziosa religiosità nel cortile della Cité Falguière sotto gli occhi attenti dell'amico e maestro Costantin Brancusi. Sì, perché Amedeo di amici ne aveva tanti, così come di donne. Da Soutine a Cardoso, da Anna Achmatova a Beatrice Hastings, da Oscar Ghiglia a Léopold Survage, a Rosso Rossi, a Paul Alexandre, a Jacques Lipchitz e molti altri. E con loro Dedo era sempre generoso, gentile, disponibile e, lasciateci passare il termine, magicamente poetico.

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La nostalgia di Livorno e la morte a Montparnasse

Dedo si era trasferito a Parigi nel 1906 ma aveva nostalgia di Livorno. Gli mancavano la luce mediterranea e i colori dei palazzi che si affacciavano sui fossi dove da piccolo passeggiava col nonno Isacco. Pochi mesi prima di morire aveva mostrato l'intenzione di tornare definitivamente nella città natale con la compagna e futura moglie Jeanne Hébuterne e la piccola Jeanne Modigliani, nata nel 1918. Ma nelle settimane successive la malattia ai polmoni peggiorò sempre più e il sogno svanì definitivamente il 24 gennaio 1920, in un freddo e spoglio "studio" di rue de la Grande Chaumière nel quartiere di Montparnasse, di cui Dedo era stato soprannominato "il principe". Due giorni più tardi lo seguì anche l'amore della vita, che si gettò dal quinto piano di un edificio nel cuore del Quartiere Latino. Jeanne era incinta del secondo figlio e il loro amore divenne eterno, così come le opere di quel bell'ebreo livornese, tanto snobbate fino a quel momento, ma destinate, ironia della sorte, a diventare le più quotate sul mercato dell'arte e le più apprezzate nei musei di tutto il mondo.

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