Addio presidente Kutufà, politico e uomo d'altri tempi nell'era di selfie, #hashtag e stories

Il ricordo dell'ex presidente della Provincia di Livorno, scomparso mercoledì 13 maggio a 72 anni

Niente selfie, niente stories, niente social. Niente frasi a effetto, o slogan da twittare con tanto di #hashtag. Non una parola che non fosse pensata, misurata, pesata. La voce calda ma bassa, di gridare non c'era bisogno. E poi gli occhi socchiusi, i sospiri balbettati, le pause di riflessione anche durante un'intervista in tv. Giorgio Kutufà non aveva niente a che fare con buona parte della politica urlata di oggi, ma di politica ha vissuto fino alla fine dei suoi giorni, dispensando consigli con una passione civile e un senso delle istituzioni che non si trovano più. Perché la sua era una politica impegnata, che non aveva bisogno dei like e delle agenzie di comunicazione per parlare alle persone; lui, con le persone, non solo ci parlava direttamente, ma prima di tutto sapeva ascoltarle.

"Vanni, sono Kutufà. Come la vedi questa cosa?". Ecco la visione lungimirante dell'uomo, prima ancora che del politico, che ho apprezzato fin da subito in Giorgio Kutufà. La naturale predisposizione alla condivisione, al dialogo, al confronto, figlia di un'educazione cristiano-cattolica, tramandata di generazione in generazione, sicuramente differente dalla mia. "Presidente, sono preoccupato", rispondevo sconsolato il più delle volte cercando un laico conforto nell'uomo di fede. "Eh, questa volta un po' di paura ce l'ho anch'io. Ma ci sono questi giovani, bisogna ascoltarli, dare loro fiducia. Non credi?", chiedeva ancora a me che avrei dovuto crederci più di lui. "Che vuole che le dica, mi auguro abbia ragione lei".

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Di sicuro ci aveva visto giusto quella volta di undici anni fa. "Vanni, sono Kutufà. Hai visto quell'articolo su Il Sole 24 Ore?". "Presidente, è una bomba". "Eh, vero? Sembra anche a me. Ci sarebbe da indagare". "Sto cercando il numero di Bargone da stamani, se va bene domani diamo un buco a tutti". Erano i tempi del Corriere di Livorno, per molti soltanto "il giornale di Lucarelli" ma non per il presidente della Provincia, che conosceva il dietro le quinte di un prodotto editoriale tenuto in piedi da un volenteroso manipolo di under 30. Riconosceva sì il prestigio di questo o quel giornale, ma no gli interessava perché aveva troppo rispetto per la nostra professione e per la sua funzione sociale, al pari di una indiscutibile correttezza stimata anche tra i suoi avversari. Ad ogni modo, per dovere di cronaca, il numero dell'allora commissario per la realizzazione della Tirrenica lo ottenni da un collega. Il giorno dopo Il Sole 24 Ore riprese la notizia e scoppiò la bomba. "Vanni, sono Kutufà". "Presidente, ha visto?". "Eh, ho visto sì. Ora voglio vedere cosa dice il ministro". "Domani presidente, lo legge domani".

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Ne parlavamo ancora, a distanza di un decennio, come fosse un piccolo trofeo. Era il "nostro scoop", ed ero felice di condividerlo con una persona perbene. "Adesso dove avete la redazione?", mi chiese l'ultima volta che ci siamo visti, poco meno di un anno fa. "Qui dietro". "Allora facciamo un pezzo insieme che è di strada. Luigi è tanto che non lo senti?". "Un paio di settimane, si parlava del Livorno e di Livorno". "Ah, e come la vedi?". "Presidente, per una volta preferirei prima ascoltarla".

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