menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay

"Vuoti a perdere", le vite normali raccontate da Claudia Mantellassi: "Dedico questo libro alla bambina che sono stata"

La scrittrice mette insieme quindici short stories che regalano una fotografia, ironica e spietata, della vita quotidiana. A fare da sfondo una Livorno popolare e bellissima, scossa dal vento di Libeccio

Abbiamo tutti una storia da raccontare. E spesso è una storia "a perdere" che, come i vuoti che non vengono restituiti va a occupare spazi interiori limitandone le possibilità di manovra. Storie che restano lì, come un "ovosodo" parafrasando Virzì "che non va né in su né in giù" finché non trovano uno spiraglio, una via d'uscita che le fa diventare storie universali. Storie piccole fatte di tanti sogni e qualche rimpianto, segreti incofessabili che rendono straordinarie delle vite normali, storie che hanno per protagonisti Antenore, Elvira, Osvaldo, personaggi che sembrano usciti da un album di Brunori Sas, ma anche dal portone di casa nostra.

Sono le storie racchiuse nel libro "Vuoti a perdere", la raccolta di racconti di Claudia Mantellassi, uscito in questi giorni per Augh! Edizioni e disponibile nelle librerie e nei negozi online, quindici short stories che raccontano la vita così com'è, drammatica e tenera, cruda e scanzonata, come un film della Commedia all'Italiana, come la realtà. A fare da sfondo ad alcune vicende è Livorno, con la sua gente chiassosa, approssimativa e generosa; quella che, come ricorda l'autrice, invece di dire ciao si saluta con bello "col punto esclamativo incorporato. La e schiacciata in fondo alla gola dallo smash esplosivo della b, che poi si arrotola in una l e cresce, come un cavallone in mare gonfiato dal libeccio, prima di rompersi sullo scoglio della o, dalla durata indefinita, indolente e volgare come la gente che la pronuncia". 

Claudia, quando hai cominciato a scrivere?
Mi è sempre piaciuto. A scuola attendevo con entusiasmo il momento del tema in classe, era l'occasione per giocare con le parole. E che emozione al liceo quando la professoressa leggeva i miei compiti nelle altre sezioni. Un giorno - frequentavo ancora le elementari - una suora si avvicinò per dirmi che aveva letto il mio tema ma non credeva lo avessi fatto da sola. Mi costrinse a confessare, tra le lacrime, di essere stata aiutata, anche se non era vero. Ancora oggi avvampo di rabbia quando ripenso a quell'episodio. Scrivevo per gioco e per divertimento, senza nessuna particolare velleità, finché partecipando a qualche concorso mi sono resa conto che le mie cose potevano piacere ad altri. Ho fatto della scrittura un mestiere, a vent'anni sono diventata giornalista. Spesso mi sono ritrovata a scrivere per altri, personaggi pubblici e politici ad esempio, che non è divertente come raccontare una storia ma la sfida è comunque alta: riuscire a emozionare anche in un contesto istituzionale.

Come si concilia la tua vita da scrittrice con la tua vita quotidiana?
Scrittrice è una parola che m'imbarazza, sono più a mio agio con l'understatement. Non è semplice, comunque. Dopo l'Università sono arrivati prima un lavoro piuttosto impegnativo, poi due figlie piccole e tutto ciò che ruota intorno e alla fine non sono mai riuscita a misurarmi con un progetto che imponesse una continuità di scrittura. Per un racconto breve può bastare il tempo strappato a morsi a giornate pienissime. Qualche mese fa ho deciso di mettere insieme qualcuno di quelli scritti in questi anni e farne una raccolta, "per vedere l'effetto che fa" come Jannacci. È una scrollata che mi sono autoinflitta grazie a una casa editrice che ha creduto in me e che ringrazio. Ogni cammino, dopo tutto, inizia sempre da un primo passo.

vuoti a perdere-2

(La copertina del libro, foto di Giampaolo Biagi)

I tuoi racconti sono istantanee di vita quotidiana popolate da personaggi che tutti i giorni incontriamo, spesso senza neanche vederli davvero, sulla nostra strada. Chi sono i protagonisti di "Vuoti a perdere"?
Siamo io, sei tu, è il vicino di casa, il collega di ufficio, quello che ti siede accanto in autobus. Perché alla fine se non ti è capitato quello che leggi, con ogni probabilità è successo a qualcuno di molto vicino a te. Sono piccole storie, bozzetti della società che ci circonda che diventano, alla fine, spunti di riflessione su grandi temi come la solitudine, il precariato, la vecchiaia. Racconto esistenze normali dietro le quali, grattando per bene la superficie, finiscono sempre per schiudersi mondi, verità sorprendenti. Qualche storia che può apparire più cupa o grottesca, non lo è più della vita stessa. Credo ci sia una certa tragicità nel quotidiano, che poi è la stessa cosa che mi disse Monicelli anni fa, durante un'intervista in cui gli domandavo perché avesse sempre dipinto la famiglia con un velo di cinismo e pessimismo, "io i film li ho fatti così perché leggevo i giornali". Ecco, è solo questo, saper leggere il mondo e, ogni tanto, fermarsi a osservarlo in silenzio.

Che colonna sonora consiglieresti da abbinare alla lettura dei tuoi racconti?
Li ho immaginati come brevi cortometraggi, ognuno quindi dovrebbe avere una musica di accompagnamento esclusiva che è solo e soltanto sua, pescando magari nel repertorio intimo, originale e poco conformista di qualche cantautore italiano. Pensando alla raccolta nel suo insieme invece mi è tornata in mente una vecchia canzone degli Zen Circus che si intitola proprio come la raccolta. La trovo casualmente molto azzeccata, ossessiva e sfacciata come molte delle storie che racconto, per di più col graffio pregiato e unico della voce di Nada.

Quali sono gli ingredienti per scrivere una storia?
Le ricette e i consigli li lascio volentieri a quelli bravi o a quelli che credono di esserlo, che spesso sono la maggior parte. Non mi piace prendermi troppo sul serio. Posso dirti però cosa conta per me. Credo che una storia debba innanzitutto riuscire a emozionare, non è importante inventarsi chissà che o usare vocaboli pretenziosi, ritengo anzi che tanto più una storia è semplice e permette al lettore di riconoscersi, tanto più funzioni. E per scrivere cose semplici e familiari è importante riuscire a osservare il mondo anche nelle sue più minuscole e insignificanti manifestazioni. Emozioni, familiarità e semplicità, dunque. Quest’ultima poi è la parte più difficile ma anche quella che preferisco: sfrondare, togliere ciò che non serve alla narrazione per arrivare all’essenza, non solo parole ma anche avvenimenti, persone, dettagli. Funziona così anche nella vita dopotutto.

Se potessi incontrare, per un istante, la Claudia ragazzina che scriveva sui diari di scuola cosa le diresti?
Ci ho pensato tante volte, sarà che siamo arrivati al giro di boa. La raccolta non a caso è dedicata alla bambina che sono stata, quella che incontro ogni volta che guardo negli occhi le mie figlie con i loro piccoli e grandi sogni sul domani. Non so se l'ho accontentata proprio in tutto, a volte penso che bisognerebbe vivere due volte. E invece, come scrive Kundera "Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future". Però almeno questa raccolta di racconti, come minimo, gliela dovevo.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
social

Festival di Sanremo, Ibrahimovic in ritardo alla terza serata: "Bloccato in autostrada, accompagnato da un motociclista diretto a Livorno". Video

Attualità

Ultimo concerto, il grido disperato dei Live Club sul palco del Festival di Sanremo: "Senza di noi le città sono più brutte e vuote"

social

Festa della donna: origine, storia e significato

Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

LivornoToday è in caricamento