Coronavirus, il racconto di un'infermiera livornese: "Con lo sguardo trasmettiamo speranza ai malati"

La storia di Angela Garzelli contenuta nella raccolta "Racconti di cura che curano", ebook i cui ricavi verranno devoluti per aiutare gli infermieri colpiti dal Covid-19

Turni di lavoro massacranti, a stretto contatto con la sofferenza e la morte. La vita degli infermieri impegnati nei nostri ospedali, in questi mesi di emergenza sanitaria, si è fatta particolarmente dura: nelle corsie dei reparti destinati ad accogliere i pazienti affetti da Covid-19 non c'è un attimo di sosta, con malati che ogni giorno muoiono, lontani dal calore dei propri cari. E a morire, talvolta, sono gli stessi medici e gli stessi infermieri, che contraggono il virus proprio mentre adempiono al loro dovere. Un rischio messo in conto, che non li allontana da quella che per loro, prima ancora che un lavoro, è una vera e propria missione. Sono tante le storie da raccontare come quella di Angela Garzelli, infermiera livornese con oltre vent'anni di esperienza attualmente operativa nella Radiologia diagnostica ed interventistica: "Non siamo eroi - ci tiene a sottolineare Angela -, ma solamente professionisti che svolgono il loro dovere".

Coronavirus, in un ebook i racconti degli infermieri: il ricavato in beneficenza 

Proprio per sostenere gli infermieri colpiti da Covid-19, Rosa Silvia Fortunato, che lavora a Bologna dal '94, ha deciso di raccogliere in un ebook, pubblicato da Clown Bianco Edizioni e in vendita al costo di cinque euro, pensieri, racconti ed emozioni di chi lotta in prima linea contro il Coronavirus, i cui ricavi verranno devoluti al progetto della Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche) #NoiConGliInfermieri, un fondo di solidarietà per aiutare nelle cure e nella riabilitazione gli infermieri colpiti da Covid-19 e per sostenere le famiglie dei colleghi caduti durante questa "guerra". "Racconti di cura che curano", il titolo della raccolta che ha potuto vedere la luce anche grazie all'associazione culturale Canto 31 di Bologna. Tra le tante storie che sono narrate c'è anche proprio quella di Garzelli. 

Coronavirus, la storia di un'infermiera livornese: "Paura, rabbia, ma anche forza e speranza"

"Si tratta di un progetto che è nato in pochi giorni e che ha coinvolto circa cinquanta infermieri e un paio di medici di tutta Italia - ha spiegato Angela Garzelli -. Non era facile realizzare in poco tempo un'opera così importante, ma tra un turno di lavoro e l'altro siamo riusciti a concludere l'opera. L'antologia contiene una serie di storie narrate da tanti punti di vista e provenienti da tanti ospedali diversi: viene raccontato come ciascuno abbia vissuto e stia vivendo questa esperienza. Ci sono racconti di speranza, di determinazione, di orgoglio, ma anche di rabbia e di accusa contro chi ha gestito la sanità negli ultimi anni". 

"Con le tute è impossibile comunicare, ma a volte basta uno sguardo"

"Io - ha proseguito Garzelli - mi sono concentrata su quello che ho definito lo 'sguardo nudo'. Siamo costretti a lavorare con le tute e tutti i dispositivi di protezione individuale necessari e così bardati l'unico modo per comunicare rimane lo sguardo: anche una carezza, con i doppi guanti con i quali lavoriamo, è praticamente impossibile. Con lo sguardo riusciamo invece a comunicare sia tra noi operatori che con i pazienti, costretti a stare lontani dai propri cari. E in quegli sguardi emergono paure, sofferenze, stanchezza, ma soprattutto speranza. Uno sguardo che non muore, che rimane vivo e tatuato nelle anime".

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"Abbiamo tutti paura, ma stiamo facendo un vero e proprio tour de force"

"In questo periodo siamo stati sottoposti a ritmi di lavoro più pesanti - ha continuato Angela -, stiamo facendo un vero e proprio tour de force, ma c'è stata una grande etica deontologica da parte di tutti. Abbiamo avuto ed abbiamo tutti paura: io ad esempio, malgrado sia stata sottoposta a un test sierologico di cui non si conosce però fino in fondo l'attendibilità, mi sono messa in autoisolamento per timore di essere un veicolo di contagio e da due mesi non vedo i miei. Ma adesso voglio trasmettere un messaggio di speranza: e proprio questo è il senso del mio racconto".

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