Cronaca

Muore di Covid a 56 anni, l'appello della figlia: "State attenti, non costa nulla rispettare le regole. Ma può costare la vita"

Il lungo post di Irene Poletti, una delle due figlie di Michele, per raccontare l'inferno del padre nella malattia e sensibilizzare: "Fatelo per voi, per le vostre famiglie. Grazie ancora a tutti i medici e agli infermieri: non siete angeli, siete macchina da guerra"

Michele Poletti (foto Facebook)

Ha raccontato l'inferno del padre nei dettagli, dal momento del ricovero ospedaliero fino a quella telefonata che non avrebbero mai voluto ricevere, martedì 11 maggio, e che annunciava la morte di Michele Poletti, ucciso dal Covid a 56 anni. Lo ha fatto perché chiunque potesse capire la sofferenza che si può provare, anche quando non si è affetti da nessun altra patologia e si è sani come Michele, contraendo quel maledetto virus. E, soprattutto, si è sfogata per sensibilizzare sull'importanza di rispettare le regole, perché "non costa nulla ma può costare una vita". Irene Poletti, una delle due figlie di Michele, personaggio conosciutissimo in tutta la comunità cecinese per il suo lavoro al Conad di Marina di Cecina e per le sue passioni tra cui quella della Targa, ha aspettato qualche giorno dalla morte del padre per scrivere un lungo post su Facebook che lei stessa chiede di condividere, pregando di "urlare al mondo che di Covid si muore".  

"Babbo è morto di Covid. Me l'ha portato via il Covid. Nessun altra cosa - scrive Irene dopo aver descritto il percorso infernale tra vari reparti degli ospedali di Livorno e Cisanello, dal ricovero per polmonite bilaterale fino alla ecmo e alla terapia intensiva intubato prima del disperato tentativo di operazione -. Ha sofferto tanto, e noi abbiamo provato fino all'ultimo a dargli la forza, a dirgli che tornava a casa, che la Birba lo aspettava sulla sua poltrona. Il mio babbo era tanto, era tutto. Vi ho voluto raccontare la sua sofferenza, per farvi capire che chiunque può soffrire così! L'anziano, il giovane, lo sportivo, il sovrappeso".

"Grazie a medici e infermieri: non siete angeli, siete delle macchine da guerra che combattono con ogni mezzo il virus" 

"State attenti! Non costa nulla non mettersi le mani in bocca, disinfettarsi le mani o salutare quell'amico da lontano - continua Irene -. Non costa nulla, ma può costare la vita.  Fatelo per voi, per le vostre famiglie, per gli altri, siate gentili anche solo un decimo di quello che era babbo. Fatelo per tutti.  Quando siete stati a contatto con un positivo, basta un tampone e aspettare la risposta a casa, non costa nulla, ma può costare la vita a qualcun'altro.  Quando avete anche solo un sintomo, basta un tampone, non costa nulla, ma può costare la vita a qualcun'altro. Fare 10 giorni di quarantena perché si è stati a contatto con un positivo, non costa nulla, ma può costare la vita a qualcun'altro. Usare la mascherina sul luogo di lavoro, non costa nulla, ma può costare la vita a qualcun'altro".

Quindi il ringraziamento finale a medici e infermieri per averle restituito la sorellina Serena e per aver cercato in tutti i modi di salvare la vita a suo padre: "Vorrei dire grazie a medici e infermieri: non siete angeli, siete delle macchine da guerra - conclude Irene - che devastano il virus, che lo combattono con ogni mezzo, instancabili, implacabili. Nonostante tutto fino all'ultimo c'avete sperato e provato. Vi ringrazio perché so che avete fatto di tutto, pur di far tornare babbo a casa. Avete preso Sere in un situazione anche lei critica a livello polmonare, l'avete letteralmente rigirata come un calzino, ma l'avete riportata da me, e non c'è cosa più bella dell'abbraccio di mia sorella".  

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