Cronaca

Omicidio Chimenti, la svolta dopo 19 anni: arrestate tre persone, ecco chi sono

In manette chi sparò i colpi verso "Cacciavite", il complice che lo accompagnò e chi vendette la pistola. In totale, nell'ambito dell'operazione "La Garuffa", in 11 sono finiti i manette per usura, estorsioni e associazione a delinquere

A distanza di 19 anni, c'è una svolta nell'omicidio di Alfredo Chimenti, detto "Cacciavite", avvenuto in  piazza Mazzini tra le 4.30 e le 5 del 30 giugno 2002. L'uomo, allora, fu ucciso a 47 anni in un vero e proprio "agguato" con alcuni colpi di pistola che lo raggiunsero all'addome. Oggi, lunedì 13 settembre, a distanza di 19 anni dall'accaduto, i carabinieri del nucleo investigativo di Livorno hanno arrestato tre persone per omicidio premeditato in concorso: si tratta dei livornesi Riccardo Del Vivo, 72 anni, esecutore materiale dell'omicidio che esplose i cinque colpi di arma da fuoco contro Chimenti; Massimo Antonini, classe 1957, il complice che avrebbe accompagnato il killer in sella ad un motoveicolo nei pressi della casa della vittima, in piazza Mazzini; Gionata Lonzi, 51 anni, che avrebbe procurato a Del Vivo la pistola, un revolver calibro 38. L'operazione denominata "La Garuffa" ha inoltre portato all'arresto di altre 11 persone (compresi i tre dell'omicidio Chimenti) per usura, estorsioni e associazione a delinquere. 

carabinieri piazza mazzini1-2

Fondamentali nella ricostruzione dell'omicidio sono state le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Del Vivo, precedentemente arrestato per altri reati e oggi collaboratore di giustizia sotto protezione, finito agli arresti domiciliari (in carcere gli altri due imputati). I provvedimenti sono stati emessi a conclusione di articolate indagini avviate nel 2017 sulla scorta di significative emergenze indiziarie acquisite nell'ambito di due filoni investigativi denominati "Akuarius" e "Akuarius 2-Mexcal", coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia della procura di Firenze e sviluppati dai carabinieri di Livorno unitamente alla guardia di finanza di Pisa, in direzione di associazioni finalizzate al traffico internazionale di cocaina, importata dalla Colombia, con collegamenti con gli ambienti criminali locali, in cui è confluito anche il contributo di un collaboratore di giustizia. 

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Omidio Chimenti, il movente e gli arresti: gli aggiornamenti

Il movente di quanto accadde quella notte, secondo gli inquirenti, sarebbe individuabile nei contrasti sorti all'epoca del fatto nel mondo delle bische clandestine e del gioco d'azzardo tra il circolo "La Garuffa", di cui Chimenti faceva parte, e lo "Sporting Club", che usufruiva della "protezione" della cosiddetta "batteria": un potente e temibile gruppo criminale ritenuto in rapporti con esponenti del terrorismo di estrema destra, appartenenti a sodalizi di stampo mafioso e ad altri soggetti criminali di varia estrazione. 
Chimenti, come si legge nell'Ordinanza del Gip, era diventato un soggetto non gradito alla "batteria" per i suoi comportamenti prepotenti ed ostativi rispetto alle finalità perseguite da questo gruppo criminale. Da ultimo la sua opposizione all'assunzione a "La Garuffa" di un personaggio vicino alla "batteria". Non solo, Cacciavite con i suoi comportamenti avrebbe dimostrato di non aver timore dei rivali erodendone il prestigio criminale. Da qui l'inesorabile decisione di "levarlo di mezzo". 

Gli arresti per usura ed estorsione

Le ulteriori indagini sugli ambienti delinquenziali livornesi, che la Procura di Livorno ha riattivato proseguendo l'attività della Dda, hanno portato a ritenere esistente una associazione per delinquere, operante da tempo nel capoluogo, finalizzata all'usura ai danni di persone in gravi difficoltà economiche, nonché altri gravi reati come estorsioni in danno di esercenti attività commerciali. Tra gli estorsori, in carcere anche il 54enne livornese Andrea Polinti, soggetto già noto alle forze dell'ordine.

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Originali le modalità con le quali si sarebbe concretizzata l'azione criminale. Il "contratto" prevedeva che le vittime acquistassero dall'usuraio monili in oro ad un prezzo notevolmente più alto dell'effettivo valore (circa il doppio ed a volte anche il triplo), rivendendoli al loro prezzo corrente a "compro oro" compiacenti.

Le vittime, così, ottenevano dagli stessi l'immediata liquidità di cui avevano bisogno, ma rimanevano debitori nei confronti dell'usuraio di una cifra pari a quasi il doppio di quella ricevuta. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, le vittime maturavano anche interessi passivi da corrispondere unitamente alla quota-capitale, allo stato quantificati in 150 euro a settimana. Le scadenze imposte dagli "strozzini" erano settimanali, quindicinali o mensili, indicate in gergo dagli indagati come "settimane" e "mesate". 

La riscossione e i pestaggi

Paradigmatico il "contratto" con una delle vittime, che – per far fronte ad impellenti bisogni di liquidità – in poco tempo avrebbe maturato complessivamente un debito di circa 48mila euro. Quest'ultima avrebbe corrisposto mille euro al mese, in due tranche pagate ogni 15 giorni, e 150 euro a settimana a titolo di interessi, per un totale di 1.600 euro mensili. 
Parallelamente le indagini si sono sviluppate nei confronti di altri soggetti, che sarebbero noti negli ambienti della malavita livornese come violenti picchiatori, accusati di essere dediti alle estorsioni nei confronti di debitori di somme di denaro pretese.

Anche per questi fatti il gip livornese ha condiviso la ricostruzione proposta dalla procura ed ha accolto la richiesta disponendo l'arresto degli indagati. Nel corso delle investigazioni sono stati documentati alcuni episodi particolarmente cruenti. Tra questi quello del marzo 2018 quando, il giorno dopo che uno degli indagati aveva parlato di "schiacciare la testa", la vittima dell'estorsione, minacciata con un coltello ed un'arma da sparo, era sottoposta ad un sanguinoso pestaggio. 

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