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Livorno in serie D, l'ex tecnico Dal Canto: "Sette mesi di caos, impossibile estraniarsi. Il futuro? La città merita chiarezza"

Gli amaranto, con la sconfitta contro la Pro Sesto, sono sprofondati nei dilettanti. L'ex allenatore: "Abbiamo vissuto di tutto, impossibile non risentirne in campo"

Una retrocessione indecorosa, la seconda consecutiva e la prima in Serie D sul campo. Il Livorno, con la sconfitta interna nello scontro diretto contro la Pro Sesto, è sprofondato nell'inferno dei dilettanti al termine di una stagione disastrosa, nella quale, soprattutto nella prima parte, è successo di tutto. Un caos che Alessandro Dal Canto, alla guida degli amaranto fino allo scorso 1 marzo, quando è stato esonerato per far posto a Marco Amelia, ha vissuto direttamente sulla sua pelle. "Sono stati mesi pazzeschi terminati nel peggior modo possibile, peccato perché quando arrivai qua a settembre le aspettative erano completamente diverse", ci confida il tecnico nel corso di una lunga intervista.

Livorno retrocesso in serie D, l'epilogo scontato di una stagione fallimentare

Buonasera mister. Partiamo dall'epilogo, il più triste immaginabile: la retrocessione in D senza neanche passare dai playout.
"Dispiace per come sono andate le cose, purtroppo è stato l'epilogo di una stagione travagliata durante la quale sono successe tante cose. Peccato perché le aspettative iniziali erano completamente diverse".

Quali?
"Il programma di inizio stagione era quello di allestire una squadra di alto livello per essere protagonisti, senza però illudere nessuno e senza fare promesse visto che dopo una retrocessione non è mai facile. C'era da rifondare e completare la rosa e l'intento era quello di lavorare per questo scopo".

Poi invece, appena arrivato, è iniziato ad accadere di tutto, a partire dall'avvicenzamento Rubino-Cozzella-Rubino nel ruolo di direttore sportivo. Come ha vissuto questi continui cambiamenti?
"È stata ovviamente una situazione di difficoltà, lavorare in una condizione poco chiara non aiuta nessuno: in contesti come questi dove i riferimenti cambiano continuamente diventa più facile commettere errori. Diventa difficile gestire anche il quotidiano".

In quel frangente con chi si rapportava?
"All'inizio soprattutto con Rubino, poi quando in corsa è arrivato Cozzella mi confrontavo con lui e poi nuovamente con Rubino. È normale, però, che quando c'è questo continuo cambiamento, come avvenuto anche sul fronte societario, si perde un po' la bussola e ciò rischia di diventare un alibi per tutto e per tutti".

A livello societario invece? Chi erano i suoi interlocutori?
"Mi sono sentito spesso con Spinelli, con Navarra fino a quando è stato presidente, con Mariani ed Aimo, un po' meno invece con Heller. Mi sono comunque confrontato con tutti quelli che si sono alternati a rapportarsi con la squadra".

Mazzarani, al termine della gara con la Pro Sesto, ha però dichiarato che questa squadra è sempre stata sola: lei lo conferma oppure qualche punto di riferimento c'è comunque stato?
"I dirigenti, a turno, sono sempre venuti a parlarci al campo, la difficoltà sta nel fatto che i giocatori hanno visto persone sempre diverse, da Navarra a Mariani passando per Agostinelli. Ad ogni modo non voglio fare polemica: nel periodo in cui sono stato alla guida della squadra tutti sono venuti a parlarci".

Qual è stato il momento più difficile?
"Nell'ultimo periodo non abbiamo avuto più alcun tipo di problema economico, la difficoltà maggiore c'è invece stata da novembre fino a metà dicembre prima della gara con la Pro Vercelli, dove abbiamo rischiato l'estromissione dal campionato. Poi magari la società può dire che non era un rischio concreto perché i fondi c'erano, ma è chiaro che i ragazzi ne abbiano risentito".

A gennaio c'è stato lo svincolo di alcuni calciatori, un'altra mazzata forse evitabile...
"Già, abbiamo vissuto lo svincolo di cinque giocatori con tutto ciò che comporta nell'equilibrio di uno spogliatoio. Si viene a creare un meccanismo di insicurezza pazzesca e si viene a perdere un po' di concentrazione. Di questo, però, non voglio dare la colpa a nessuno: sono stato anche io un calciatore e so che questo può succedere quando c'è un clima di instabilità". 

La messa in mora era stata effettuata da undici calciatori, ma non tutti hanno poi fatto domanda di svincolo: qual è il motivo? Ha parlato con i diretti interessati in quei giorni?
"Questa è stata una scelta strettamente personale. Peccato perché la domanda di svincolo è arrivata nel momento migliore della mia gestione, in cui la squadra aveva trovato un suo equilibrio e una sua identità. Dopo, invece, abbiamo vissuto tantissime difficoltà, giocando ad esempio con sette under nella partita con l'Albinoleffe. Non mi permetto però di giudicare, ogni calciatore ha il diritto di fare le scelte che ritiene più opportune per la propria carriera. Il mio compito era solamente quello di tenere il più possibile alte le motivazioni. Certo che anche questa è una situazione che poi viene ad innescare un meccanismo delicato, perché chi non si è svincolato può sentirsi toccato e dire 'perché io no?'".

alessandro dal canto livorno calcio-2

Fatto sta che poi a gennaio, anzi a febbraio visto che gli acquisti sono arrivati soltanto nelle ultime ore della sessione di mercato, la squadra è stata stravolta e lei ha dovuto fare quello che di solito si fa durante il ritiro estivo, ovvero ricreare una squadra e un gruppo.
"È stato il terzo ribaltamento di organico con il quale ho dovuto fare i conti. Ogni volta da parte mia ho sempre cercato di ricreare il gruppo e costruire un amalgama. La squadra allestita nel mercato invernale ritengo che sia di buona qualità: in un contesto diverso e costruita fin dall'inizio avrebbe potuto giocarsi i playoff".

Se i mezzi tecnici, probabilmente, non erano da retrocessione, quanto ha influito quindi ciò che è successo all'esterno?
"Nel calcio siamo influenzati da ciò che avviene al di fuori del campo, inutile nascondersi. Quello che abbiamo vissuto noi è stata troppa roba: i giocatori, in queste situazioni, si preoccupano di altre cose e finiscono per lasciare qualcosa per strada. Se lo fa uno non succede niente, ma se lo fa un'intera squadra chiaramente diventa un problema".

Il primo marzo è poi arrivato l'esonero: se lo aspettava o credeva di meritare un pizzico di riconoscenza in più per aver lavorato in un contesto così delicato senza mai tirarsi indietro?
"Avrei potuto abbandonare la barca in altre situazioni, come quando ad esempio c'è stato lo svincolo dei calciatori. In quel momento non eravamo in una posizione pericolosa ed anzi, eravamo anche vicini ai playoff: avrei potuto andarmene e sicuramente ne sarei uscito meglio di come ne sono uscito poi, ma ho scelto di rischiare, pur sapendo che si poteva anche andare incontro ad una retrocessione. Non voglio però parlare di doveri di riconoscenza o altro, nel calcio sappiamo che siamo legati ai risultati. La società ha fatto questa scelta e io non posso che accettarla, anche se ovviamente mi dispiace".

Ritiene che l'obiettivo di raggiungere quanto meno i playout fosse raggiungibile se non fosse stato allontanato?
"Questo è un discorso che non possiamo fare. Io ho fatto del mio meglio fino a quando sono rimasto, così come ha fatto del mio meglio chi mi ha succeduto. Nel calcio non esistono controprove".

Emblema del caos che c'è stato soprattutto nella prima parte di stagione è la situazione legata a Mazzarani, che ha atteso per mesi un tesseramento che non arriva mai malgrado le promesse.
"Andrea ha vissuto sette mesi pazzeschi, è forse il miglior calciatore dell'intera categoria per curriculum visto che fino a pochi anni fa giocava in Serie A, eppure ha scelto di rimanere qua ad aspettare per poter giocare con noi. È un ragazzo eccezionale, ha privilegiato l'aspetto umano a quello relativo alla sua carriera. Credo che quello che ha fatto lui sia qualcosa di mai visto prima e che mai più si rivedrà. Chiaramente, però, anche questo è stato uno dei problemi con cui ha dovuto fare i conti lo spogliatoio, oltre alla situazione degli svincolati e ai giocatori che non erano felici ed hanno chiesto la cessione. Tra questi c'era anche Maiorino, con il quale tra l'altro avevo anche un ottimo rapporto ma che era scontento. Diventa un caos che non finisce più".

Adesso, dopo la retrocessione in D, il futuro è un'incognita, tra trattative o presunte tali per la cessione societaria: che idea si è fatto? Questa società può garantire una stagione più tranquilla di quella vissuta quest'anno o ritiene che sia giocoforza necessario un cambiamento?
"Non lo so, bisogna vedere innanzitutto se i conti finanziari sono a posto oppure no, visto che ogni giorno si legge una cosa diversa. Io mi auguro solamente che venga trovato il bandolo della matassa per risanare la situazione e rimettersi nella miglior condizione sportiva possibile: lo merita la passione di questa città. Quello che è successo fa sì che la genta non sopporti più nessuno di quelli che ci sono adesso, questo è comprensibile. Non ho idea di cosa possa accadere, ma sicuramente questa piazza si merità un po' di chiarezza dopo due anni in cui ha vissuto di tutto".

La gente, nei suoi confronti, ha sempre manifestato rispetto e stima: in un contesto diverso e con un Livorno magari nuovamente tra i professionisti, sarebbe disposto a tornare?
"Mi fa piacere che la gente abbia apprezzato la mia professionalità, malgrado i risultati non siano stati invece all'altezza di quelle che erano le aspettative. Io di questo non posso che ringraziare i tifosi, ma dire adesso cosa sarà nel futuro è difficile: ripeto, credo che oggi Livorno abbia voglia di vedere gente nuova. Una cosa è certa: io, nei confronti di questa città, sono in debito".

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