Livorno, l'addio di Spinelli: "Vendere la squadra? La mia più grande sconfitta. Ma porterò l'amaranto nel cuore"

Parla l'ormai ex presidente, rimasto in società con una quota minoritaria: "Non avrei voluto lasciare in questo modo, ma era giusto che lo facessi. Il ricordo più bello? Le undicimila bandane a San Siro. I giocatori? Su tutti Lucarelli e Diamanti"

Ventuno anni, sei mesi e 10 giorni non si cancellano con una firma. Tantomeno quando questa rappresenta una sconfitta. "La più grande della mia vita", ammette Aldo Spinelli con la voce sinceramente rotta dall'emozione. Ci credano pure gli "antispinelliani" che oggi festeggiano l'avvicendamento societario, con l'uscita di scena dell'ormai ex patron amaranto e il nuovo assetto societario che vede Rosettano Navarra nuovo presidente del Livorno calcio. Il commendatore genovese, nato a Palmi 80 anni fa, non trattiene l'emozione, si lascia andare come non faceva da tempo e ripercorre a ritroso 35 anni di calcio (compresi i 12 a Genova, sponda ovviamente rossoblù) che lo hanno visto protagonista di indubbi successi e altrettante delusioni. Lo fa alternando silenzi e sospiri a squilli di voce e punte di orgoglio che, tuttavia, non cancellano l'amarezza per come si è conclusa la sua lunghissima esperienza livornese.

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Presidente, possiamo ancora chiamarla così?
"Guardi, da stasera sono soltanto il presidente del Gruppo Spinelli, non più del Livorno calcio. E lo dico con enorme dispiacere. Per me, per i miei dipendenti, per tutti i collaboratori e per quei tifosi che ci hanno sempre sostenuto".

Che sensazioni prova a lasciare la squadra dove l'aveva presa? 
"Dopo 21 anni è impossibile non essere deluso e amareggiato per gli ultimi risultati che purtroppo non sono stati all'altezza. Vendere il Livorno è stata la sconfitta più grande della mia vita, non avrei mai voluto ma era necessario necessario farlo, era giusto così". 

Se non era convinto, perché allora ha ceduto il club?
"Troppa gente era contro di noi, contro la nostra famiglia, a partire dai tifosi fino a qualche giornalista. E io non avevo più le forze di seguire la squadra come avrei voluto. Gli ultimi risultati dipendono anche da questo, dal fatto che non riuscivo più a stare vicino ai giocatori come invece un presidente deve fare".

Che impressione le hanno fatto i nuovi azionisti del Livorno?
"Faccio un grande in bocca al lupo al presidente Navarra e ringrazio anche il professor Mastena che ha messo su un bel gruppo di imprenditori che può fare bene. Sono tutte persone che hanno fatto calcio, finalmente l'unione fa la forza".

Non crede che troppe teste da mettere insieme possano rappresentare un problema?
"Io ero solo e ho potuto fare quello che ho potuto. Se avessi avuto qualcuno insieme a me, probabilmente saremo ancora in serie A. Invece ero solo, tutto quello che potevo fare l'ho fatto".

Alla fine, però, è rimasto anche lei?
"Sì ma soltanto con il 10% e nessun ruolo in società. Se i nuovi soci avranno bisogno del mio aiuto ci sarò sempre, se posso dare un consiglio lo farò. Sono 35 anni che faccio calcio, credo di avere un po' di esperienza".

Trentacinque anni di cui 21 abbondanti con il Livorno. Chissà quanti ricordi...
"Mi creda, tantissimi. Il più bello sicuramente a San Siro, undicimila bandane all'esordio in serie A. Ci annullarono pure il 3-2, altrimenti avremmo vinto. Ho ancora il quadro in sede che andrò a riprendere, è la sola cosa che voglio tenere".

E dei giocatori? A chi si sente più legato?
"Sicuramente Lucarelli e Diamanti. Con loro c'è sempre stato un affetto che andava oltre i risultati. Hanno incarnato perfettamente lo spirito delle squadre che piacciono me, dando tutto sul campo e anche fuori. Al di là dei soldi avevano dei valori".

E Protti?
"Nessuno può mettere in dubbio quello che ha fatto per il Livorno, ma con lui c'è sempre stato meno feeling"

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Vuole fare un saluto ai tifosi?
"Posso dire che il mio cuore sarà sempre diviso a metà tra il Genoa e il Livorno, al 50 e 50 (per cento, ndr). Ventuno anni non si cancellano velocemente".

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