Coronavirus, videochiamate dal carcere per tornare alla normalità: "Un aiuto contro ansia e depressione"

Alessia La Villa, educatrice nella casa circondariale delle Sughere, racconta come è cambiata la vita dei detenuti. "C'è chi ha potuto rivedere i genitori anziani o i figli ormai cresciuti"

Alessia La Villa

C'è chi è entrato dopo anni nella cameretta del figlio ormai adolescente, chi ha rivisto i genitori anziani quando ormai non ci sperava più, chi ha sorpreso la moglie in cucina a preparare il ragù e, come prima cosa, le ha detto "Sei un po' ingrassata". Un'uscita infelice, forse, ma che dà la misura della normalità, quella stessa normalità che, per circa mezz'ora i detenuti della Casa Circondariale delle Sughere possono ritrovare grazie alle videochiamate. Un'inizativa nata per ovviare alla sospensione dei colloqui a causa delle misure di contenimento del coronavirus ma che, adesso, i detenuti vorrebbero mantenere.

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lavilla-3A spiegare l'importanza di un'iniziativa che aggiunge un po' di umanità a una pena comunque da scontare, è la dottoressa Alessia La Villa, educatrice alla casa circondariale Le Sughere: "Parlare in videchiamata con i propri cari ha un vantaggio fondamentale - racconta La Villa (nella foto, ndr) - perché nel momento in cui il detenuto riesce a vedere il figlio, che magari non vede da anni, nella propria camera o la moglie in cucina, in quella stessa casa che lui ormai aveva mentalmente salutato, è in grado di collocare i familiari in uno spazio ben preciso, sicuro. E allora è possibile contenere anche uno stato d'ansia e, in questo momento è fondamentale. In tanti, grazie alle videochiamate, hanno riallacciato un rapporto con le proprie famiglie". Non sempre, infatti, per i parenti è possibile raggiungere il carcere dove è detenuto il proprio caro, perché distante o, più spesso, per problemi economici, e allora si finisce per rinunciare all'incontro.

Dottoressa Villa, qual è l'aspetto più importante delle videochiamate?
"Riscoprire la quotidianità perduta, seppure in altra forma, dà uno spessore diverso al colloquio; entrare, a distanza, nella propria casa dà un valore importante anche all'aspetto rieducativo".

Come si svolge la videochiamata?
"Il primo contatto è quello tra la polizia e la famiglia. Ogni componente presente in casa, che avrà precedentemente fornito le proprie generalità, si presenta in video mostrando il documento di identità. Solo dopo verranno messi in contatto col detenuto che si trova in una apposita postazione al pc. Il colloquio viene controllato visivamente da un poliziotto  - cosa che avviene anche nei colloqui tradizionali in carcere - che interromperà la chiamata in caso arrivassero persone non autorizzate".

Non c'è quindi un fattore di rischio?
Non più che in un normale colloquio. È necessario avere un personale attento e preparato che noi a Livorno abbiamo. Ci sono agenti che hanno rinunciato al riposo settimanale per permettere a più detenuti possibile di vedere le famiglie".

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La richiesta dei detenuti, adesso, è quella di mantenere attiva questa abitudine.
"I detenuti dell'alta sicurezza hanno scritto al Presidente Mattarella, al Ministro Bonafede, al Garante nazionale Palma e al Garante regionale  chiedendo che questo diritto diventi consuetudine. La richiesta non è partita dai detenuti di media sicurezza che, comunque hanno la prospettiva di uscire e rientrare in casa prima o poi, ma è partita dai detenuti di alta sicurezza, che probabilmente la propria casa non la rivedranno più. Se anche dovessere uscire con dei permessi difficilamente potranno andare lì dove è stato commesso il reato per cui stanno scontando la pena; questo quindi è l'unico modo che avranno mai per mantenere un contatto con la quotidianità. E non vuol dire che la punizione viene meno, vuol dire semplicemente aggiungere alla giusta pena da scontare un pizzico di umanità. La decisione, adesso, spetta al Ministro ma la speranza è che questa possibilità non vada perduta".

C'è anche chi ha deciso di non usufruire di questa opportunità?
"Sì, sono pochi ma ci sono anche i detenuti che si sentono troppo fragili per affrontare il video, che non si sentono pronti a vedere e farsi vedere dai propri cari. Per loro rimane la possibilità della telefonata".

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Avete messo in campo altre azioni per affrontare con maggiore serenità questo momento?
"Sì, in collaborazione con l'associazione "Dire Fare Cambiare" abbiamo organizzato "Per un'ora d'autore", un appuntamento settimanale che si svolgerà ogni giovedì e che vede la partecipazione di artisti, scrittore, cantanti che per un'ora dialogheranno, in collegamento Skype, con i detenuti. Il primo appuntamento è stato il 9 aprile con la cantautrice Erica Mou che, tra una canzone e l'altra, ha presentato il suo romanzo "Nel mare c'è la sete".

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