Fase 2, la rabbia di ristoratori e baristi: "Lo Stato è il grande assente. Inutile riaprire senza aiuti concreti"

La voce degli imprenditori livornesi: "Il settore della ristorazione è in crisi e non basterà aprire le porte dei locali, ci vogliono interventi seri per coprire le perdite"

Si avvicina la Fase 2 quella che, a partire dal 4 maggio, consentirà la riapertura di tutta una serie di attività produttive e concederà agli italiani qualche piccola libertà. Una fase che si presenta però a dir poco caotica e senza certezze per numerose categorie professioanli, tra cui quella dei ristoratori che potranno continuare con l'attività di delivery e asporto - concesso dalla Regione Toscana già a partire dallo scorso 24 aprile -  ma soltanto dal 1 giugno avranno la possibilità di riaprire e accogliere nei clienti nei locali. Ma a quali condizioni? I protocolli sono ancora in bozza e prevedono, tra le altre cose, sanificazioni continue, menù digitali, separazione tra i clienti con plexiglass o simili, entrate contingentate, divieto di usare il guardaroba. Insomma, i ristoratori brancolano nel buio e, ad ora, non riescono a disegnare con chiarezza lo scenario futuro, mentre una sola costante rimane invariata: la paura di non farcela.

Allabona: "La stagione è finita prima ancora di cominciare, aprire è inutile senza soldi per coprire le spese"

Luigi Iasilli, titolare del ristorante Allabona nel quartiere Venezia, ha le idee piuttosto chiare: "La realtà è che anche aprendo non avremo lavoro, la stagione ormai è finita senza nemmeno iniziare - spiega Iasilli a LivoronoToday -. I turisti stranieri non ci saranno e gli italiani saranno mediamente più poveri e spaventati dalle restrizioni. C'è solo una cura: soldi subito, altrimenti il comparto muore. Asporto e delivery non sono business seri per la ristorazione, se ne fa un gran parlare, ma la realtà è che non si sopravvive con quelli. Forse potrà dare un po' di respiro alle attività a conduzione familiare, senza dipendenti, che riescono a rientrarci con le spese, ma giusto quello. Un'attività strutturata e con dei dipendenti col delivery ci perde. Servono soldi per coprire le perdite fino alla prossima stagione, altrimenti la fine è inesorabile". La soluzione migliore sarebbe quindi quella di avere una copertura finanziaria a tutela delle perdite che, inevitabilmente, le attività si troveranno a fronteggiare. "Sarebbe giusto avere soldi a fondo perduto - conclude Iasilli - e non solo dei prestiti che alla fine dobbiamo ripagare noi. E le cifre corrisposte devono essere sufficienti a farci rimanere in piedi finché non si tornerà alla normalità".

Manalu: "Noi ce la mettiamo tutta per reinventarci ma lo Stato è il grande assente"

Dello stesso avviso anche Luca Marcantoni, titolare con la sorella Manuela del ristorante gluten free Manalu: "Quella che stiamo vivendo è una situazione surreale - dice -. Tutto d'un colpo progetti, sogni e tutta l'organizzazione vengono minati e spazzati via. Chi mi conosce sa che sia io che mia sorella Manuela siamo persone positive, sempre impegnate a raggiungere nuovi traguardi e pronti ad accettare nuove sfide. Ma questa veramente è e sarà tostissima. Ogni giorno teniamo i contatti con i 10 dipendenti in cassa integrazione. Il delivery lo facevamo già da un anno ma sono pochi spiccioli in confronto ai nostri incassi di sempre, ci serve soprattutto per mantenere un rapporto con la clientela e continuare a dare un servizio per molti fondamentale, trattando prodotti senza glutine".

Fase 2, Piombino: bar e ristoranti consegnano le chiavi al sindaco. Ferrari: "Salvaguardare queste attività" 

"Nonostante questo stiamo mettendo in piedi nuovi modelli di business per sopperire a quello che verrà nei mesi futuri - continua Marcantoni -: per esempio a maggio lanceremo l'e-commerce dei nostri prodotti con spedizione in tutta Italia, stiamo sperimentando nuove ricette e nuovi prodotti per ottimizzare il molto tempo che abbiamo a disposizione in questo periodo. Ci siamo e vogliamo esserci anche in futuro, ce la stiamo mettendo tutta per resistere. Grandi assenti sono invece gli aiuti di Stato che dovrebbe tutelare chi, come noi, ha messo in gioco tutto per creare un'impresa: aziende che pagano fior fior di tasse e contributi ogni anno e che danno lavoro a diverse famiglie, per non parlare di tutto l'indotto. Per ora su questo fronte non è stato fatto niente di concreto e l'amaro in bocca si fa sentire sempre di più. Il comparto dedicato alla ristorazione sarà quello più colpito a causa delle norme molto severe che si paventato all'orizzonte, per questo credo che concentreremo tutti i nostri sforzi sulle altre attività che portiamo avanti, pasticceria e panificazione. Almeno finché non sarà veramente tutto finito. Non posso pensare di dover misurare la temperatura ai miei clienti o di doverli servire con guanti e mascherina. Meglio chiusi allora, ma con aiuti sostanziosi da parte dello Stato, per poi riaprire regolarmente una volta normalizzata la situazione".

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La Casina di Alice e La scarpetta: "Dimezzando i coperti non sappiamo più se conviene riaprire"

Giulio La Rosa, titolare del ristorante La casina di Alice - vittima, tra l'altro, di un furto nella notte tra mercoledì 29 e giovedì 30 aprile -, non sa se riaprirà i battenti: "Non ho ancora deciso cosa fare dal primo giugno, sto valutando le varie ipotesi - racconta - al momento posso dire che se dovessi riaprire rispettando le distanze anti covid passerei da 50 coperti a 20 e, di conseguenza, dovrei ridurre anche il personale, licenziando almeno tre persone. Aspetto di vedere come si evolve la situazione e capire quale sarà la decisione definitiva di Conte, a quel punto valuteremo il da farsi".

E nella stessa situazione si trovano tanti ristoratori cittadini alle prese con locali di piccola e media grandezza, che non consentono di ospitare tante persone mantenendo la distanza di sicurezza. "Prima avevo 50 coperti, ora con le norme anti covid potrei riuscire ad averne 10 e non so se ne vale la pena aprire la trattoria e tenere la sala aperta per così poche persone  - racconta Erika Carrino titolare della trattoria e pizzeria La scarpetta - quindi nel caso aprirò solo come pizzeria e farò comunque il servizio al tavolo, continuando con le consegne a domicilio e l'asporto: tutto questo però comporterà che dovrò lasciare a casa dei dipendenti".

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Bar La Venezia: "Anche se aprissi, chi verrebbe a prendere la colazione per consumarla fuori?"

"Secondo me più tardi ci fanno aprire e più la gente si abitua a fare la vita normale - è l'idea di Giovanni Fancellu, titolare del bar La Venezia -. Ad oggi nessuno verrebbe a fare colazione al bar, che poi dovrebbe essere una colazione da asporto perché c'è il divieto di consumare all'interno del bar. A quel punto allora la gente fa colazione a casa, anche perché viene meno il piacere della convivialità. E invece il momento in cui ho gli incassi maggiori è proprio tra le 7 e le 8.30, orario in cui i clienti si fermano per un caffè, un cappuccino e una brioche prima di andare al lavoro. Se alla riapertura i costi rimangono gli stessi, affitto pieno, luce e quant'altro, allora non so se mi conviene aprire".

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